10.05.2026
Ich traue diesem Traum nicht.
Ich sah mich als Kind – lachend unter anderen Kindern, lachend in meiner Familie.
Als ich erwachte, war ich irritiert.
Diese Stimmung passte nicht zu dem, was ich zu meiner Kindheit fühlte.
Mein inneres Bild war ein anderes.
Geprägt von der Erfahrung einer dominanten Mutter.
Entscheidungen wurden mir abgenommen.
Ich lernte nicht, mich zu fragen, was ich wollte.
Ich spürte aber, was von mir erwartet wurde.
Leistung. Anpassung.
Das richtige Lesen von Mimik, Gestik und Stimme.
Möglichst kein Widerstand.
Darin lag Sicherheit.
Und dann dieser Traum.
Er brachte etwas ins Wanken.
Denn so falsch war er nicht.
Es hatte sie gegeben – diese Momente des Lachens,
der Unbeschwertheit, des Aufgehobenseins.
Lange hatte der Schmerz meinen Blick darauf verdunkelt.
Nun standen beide nebeneinander.
Und erstmals hielt ich beides aus:
dass da Schmerz war –
und dass da Glück war.
Dieses Wahrnehmen, diese Erkenntnis veränderte etwas Grundlegendes in mir.
Ich fühlte.
Nach Jahrzehnten spürte ich wieder Liebe für meine Mutter.
Ich war überwältigt.
Ich hatte verziehen. Nicht nur im Kopf.
Und gleichzeitig öffnete sich ein weiterer Raum.
Vor vielen Jahren hatte mein Lehrer zu mir gesagt,
er spüre eine Trauer in mir.
Ich nahm das zur Kenntnis – und ging nicht weiter darauf ein.
Die Angst war zu gross.
Auch später wurde ich damit konfrontiert.
Und doch verschanzte sich etwas in mir,
um nichts fühlen zu müssen.
Nun wurde deutlicher, worum ich trauerte:
Ich wurde nicht für das geliebt, was ich war –
sondern für das, was ich leistete.
Tief in mir lebte ein alter Satz:
So wie ich bin, genüge ich nicht.
Ich musste diese Trauer noch einmal ganz durchfühlen.
Ich gab ihr ein Zimmer in meiner 'Wohnung des Lebens'.
Und auch der Teil in mir,
der sie so lange nicht fühlen wollte, bekam eines.
Erst als beide Zimmer bewohnt waren,
liess die Spannung nach.
Mit dieser neuen Offenheit stand ich einige Zeit später
vor der Skulpturengruppe „Die Beweinung Christi“ von Nicolò dell'Arca.

Die dargestellten Gefühle kamen mir nicht nur vertraut vor.
Ich fühlte mich erkannt.
Und war zutiefst berührt.
In den Gesichtern und Gesten
zeigte sich Trauer in all ihren Formen.
Am Trauern ist nichts falsch.
Und auch am Vermeiden der Trauer ist nichts falsch,
wenn genau dies einst geholfen hat zu überleben.
Das lehrten mich die Skulpturen:
Ich darf die Trauer würdigen –
und auch den Teil in mir,
der sie nicht wahrhaben will.
Inzwischen haben sich beide eingerichtet:
die Trauer
und der Teil in mir, der sie lange nicht fühlen wollte.
Auch die Wut ist dazugekommen.
Zuerst leise, fast unbemerkt.
Dann immer deutlicher.
Seit sie gemerkt hat, dass ich nichts gegen sie habe,
zeigt auch sie sich.
Ich habe den Eindruck,
dass Trauer und Wut
mit dem Gefühlsvermeider im Nachbarzimmer ins Gespräch kommen.
Ohne Eile.
Ohne dass jemand recht haben muss.
Und dann
wird es still im ganzen Haus.
8. Due stanze
Non mi fido di questo sogno.
Mi vedevo da bambino – ridendo tra altri bambini, ridendo nella mia famiglia.
Quando mi sono svegliato, ero irritato.
Quella sensazione non corrispondeva a ciò che provavo della mia infanzia.
L’immagine che avevo dentro era un’altra.
Segnata dall’esperienza di una madre dominante.
Le decisioni venivano prese al posto mio.
Non ho imparato a chiedermi che cosa volevo.
Ma percepivo ciò che ci si aspettava da me.
Prestazione. Adattamento.
Leggere nel modo giusto mimica, gesti e tono della voce.
Possibilmente nessuna resistenza.
Lì stava la sicurezza.
E poi questo sogno.
Ha fatto vacillare qualcosa.
Perché non era così sbagliato.
Quei momenti c’erano stati – momenti di risate,
di leggerezza, di sentirsi accolto.
A lungo il dolore aveva oscurato il mio sguardo su tutto questo.
Ora entrambe le cose stavano una accanto all’altra.
E per la prima volta ho retto entrambe:
che c’era dolore –
e che c’era felicità.
Questa consapevolezza ha cambiato qualcosa di fondamentale in me.
Ho sentito.
Dopo decenni, ho ritscoperto il mio amore per mia madre.
Ne sono stato travolto.
Avevo perdonato. Non solo con la testa.
E allo stesso tempo si è aperto un altro spazio.
Molti anni fa un mio insegnante mi disse
che percepiva una tristezza in me.
Ne presi atto – e non andai oltre.
La paura era troppo grande.
Anche più tardi mi sono trovato di fronte a questo.
Eppure qualcosa dentro di me si trincerava,
per non dover sentire nulla.
Ora è diventato più chiaro ciò di cui ero in lutto:
non ero amato per ciò che ero –
ma per ciò che facevo.
Dentro di me viveva una vecchia frase:
Così come sono, non basto.
Ho dovuto attraversare ancora una volta fino in fondo questo dolore.
Le ho dato una stanza nella casa della mia vita.
E anche la parte in me
che per così tanto tempo non voleva sentirla, ne ha ricevuta una.
Solo quando entrambe le stanze sono state abitate,
la tensione si è allentata.
Grazie a questa nuova prospettiva, poco dopo mi sono ritrovato
di fronte al gruppo scultoreo «Il Compianto sul Cristo morto» di Nicolò dell'Arca.

Le emozioni rappresentate non mi erano solo familiari.
Mi sono sentito riconosciuto.
E profondamente toccato.
Nei volti e nei gesti
si mostrava il dolore in tutte le sue forme.
Nel provare dolore non c’è nulla di sbagliato.
E non c’è nulla di sbagliato nemmeno nel evitarlo,
se proprio questo un tempo ha aiutato a sopravvivere.
Questo mi hanno insegnato le sculture:
posso onorare il dolore –
e anche la parte in me
che non vuole riconoscerlo.
Nel frattempo entrambe si sono sistemate:
il dolore
e la parte in me che a lungo non ha voluto sentirlo.
Anche la rabbia si è aggiunta.
All’inizio piano, quasi impercettibile.
Poi sempre più chiaramente.
Da quando ha capito che non ho nulla contro di lei,
anche lei si mostra.
Ho l’impressione
che dolore e rabbia
stiano entrando in dialogo con chi evitava di sentire, nella stanza accanto.
Senza fretta.
Senza che qualcuno debba avere ragione.
E poi
in tutta la casa
scende il silenzio.